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Capitolo
5
Fu così che Gula, alla
vigilia del grande raduno settennale entrò nella tomba dei giganti, vicino al
pozzo sacro, dopo il sacrificio di una capretta agli dei dell’acqua. Al
tramonto Anù le somministrò la prima porzione del decotto a base di micorizzas,
versando il resto in un tripode di ceramica. Nel complesso era una quantità
sufficiente per cinque giorni e, somministrata con il latte di capra, avrebbe
dovuto costituire l’unico nutrimento per tutto il periodo di incubazione. Lo stesso
Anù si sistemò nei pressi della «cumbissia», la vasca di decantazione che
ospitava Gula, all’interno della tomba dei giganti, isolandola anche
fisicamente dal resto del mondo.
La prima notte passò
senza incidenti. Gula dormiva di un sonno agitato. Lo si intuiva
dall’espressione accigliata del suo viso.
Intanto erano arrivate al
villaggio di Gisserri tutte le delegazioni delle tribù federate. La prima ad arrivare fu quella di Kolossoi, guidata da
Itzocar; poi fu la volta di Nadal, che guidava la delegazione di Genna ‘e Mari,
la potente tribù che si affacciava, per una buona porzione di territorio, lungo
le scoscese falesie della costa occidentale;il suo territorio era così vasto
che si estendeva sino ai confini della pianura del Campidano; quindi giunse dal
nord la delegazione di Gonario che guidava la tribù di Mumutzu, seguito
dappresso da Mannai, proveniente da Kurkuris; Kalledda e Garonna arrivarono
insieme; guidavano, rispettivamente, le delegazioni delle tribù della Nurra e di Solki; infine arrivò Ruju
in rappresentanza delle tribù dell’Anglona.
E mentre le delegazioni
si sistemavano negli alloggi loro assegnati, all’interno della vasta reggia
nuragica, che comprendeva oltre alla torre centrale, altri due ordini di
torrioni: un quadrilobato e un eptalobato, all’interno dei quali si estendevano
ampi cortili circolari, numerosi corridoi, pozzi sacri e un numero elevato di
stanze, la sacerdotessa Gula continuava, sotto la vigilanza attenta di Anù, la
sua incubazione divinatoria.
Il secondo giorno Gula ebbe
dei sussulti, a più riprese; Anù riuscì a farle bere del latte di capra,
allungato con un’altra porzione di micorizzas.
Risprofondò subito nei suoi sogni; o forse, meglio, nel suo viaggio. Il
suo viso mostrava una grande intensità di sentimenti e di emozioni. Si agitava
e ogni tanto emetteva dei rantoli, attraverso il respiro affannoso. Poi si
calmò. La seconda notte passò ancora senza incidenti.
Al terzo giorno, verso mezzogiorno, mentre i
capi delegazioni erano riuniti nella grande sala circolare interna al primo
ordine di torrioni, Anù le somministrò la terza porzione, ancora
accompagnandola con latte di capra, sempre munto di fresco. Ma durante la notte
un urlo lancinante si levò dalla tomba dei giganti. Fu udito nella reggia e per
tutto il villaggio. Giovani e vecchi furono attraversati da un brivido di
freddo lungo la schiena, che gli penetrò
sin nel midollo spinale.
Nessuno aveva mai udito
un urlo simile, prima di allora: era qualcosa di sovrumano, di ultraterreno,
come il grido di mille animali intrappolati nel ventre della terra che
gridassero a una voce di venire liberati. Gula era uscita dal suo sogno e dal suo viaggio. Anù la
riportò a casa, dopo avere asperso nel pozzo sacro quel che rimaneva del
micorizzas. Per un giorno intero Gula riposò, poi volle del cibo e raccontò il
suo sogno.
Al mattino Anù chiese di
essere ammesso al raduno settennale delle tribù nuragiche. Dopo i primi tre
giorni di lavori, era già tempo di conclusioni. I capitribù erano ansiosi di
sentire da Anù i messaggi inviati dagli dei dell’oltre tomba.
«Gula ha incontrato Baba,
la dea madre. Baba l’ha accompagnata nel viaggio.» disse Anù, appena Hannibaàl
gli ebbe concesso la parola.
Un coro di assenso seguì
stupefatto a quelle parole. Incontrare la dea madre durante l’incubazione era
un segno di grande favore. Anche i capi tribù lo sapevano bene.
Itzocar era considerato il più autorevole dei capi e chiese per primo la parola.
«Che cosa le ha mostrato
Baba, nobile Anù?» Tutti tacquero in attesa del responso.
«Due grandi e possenti
aquile si leveranno dall’est. Questo accadrà quando saranno trascorsi tanti
cicli quanti sono quelli che io conto dalla fondazione del regno di Gisserri.»
Tutti si sorpresero a domandarsi che significato avesse una tale indicazione
temporale. Forse qualcuno ne intuì il senso, ma nessuno osò interrompere. Anù
non aveva ancora finito.
«Un’aquila divorerà le
tombe di Iolao e dei nove figli di Eracle; l’altra svuoterà la mia testa di
tutto il suo contenuto.» Aggiunse Anù in tono asciutto. Sembrava che la cosa
non lo turbasse affatto. I presenti, invece, questa volta, non poterono trattenere
un’esclamazione di orrore. Chiunque capiva che si trattava di un segno
esplicitamente funesto.
«Tutto questo quando
accadrà?» chiese Nadal, il capo della
tribù di Genna ‘e Maris, in tono
preoccupato.
«Aspetta, potente, Nadal.
Consentiamo ad Anù di completare il suo racconto», interpose Hannibaàl, che
come capo tribù ospitante era titolato a farlo.
«Alla fine del sogno le
due aquile non sono tornate a oriente ma
sono scomparse verso occidente, inghiottite dal sole che si tuffava nel grande
mare. Poi Gula si è svegliata! Forse avete udito il suo grido!»
«Mi sto chiedendo il
senso di questo sogno» disse Garonna, il capo della tribù di Nurra, come se
parlasse a se stesso.
«E soprattutto quando
accadranno questi eventi!» ripeté Nadal, sempre con lo stesso tono preoccupato.
Anù sembrava assente.
Aveva finito il suo resoconto ed era immobile, con tutti gli occhi puntati
addosso.
«Puoi spiegare il senso
delle visioni avute da Gula, nobile Anù?» gli chiese Hannibaàl.
«Non sono forse le due
aquile, i due Arconti della città Shardana di Nora?» propose il bellicoso
Kalledda, uno dei capi tribù fautori della guerra senza tregua contro gli
Shardana.
«Non so cosa
rappresentino le due aquile ma so che una di loro, la prima, distruggerà nove
delle città Shardana. I nove tespiadi rappresentano infatti proprio gli
Shardana. Solo quattro delle tredici città oggi esistenti si salveranno; non so se Nora sarà tra le
fortunate! »
Adesso le emozioni dei
capi virarono nuovamente verso il consenso. Quel vaticinio non era per niente
negativo, se prevedeva la distruzione di nove delle nemiche acerrime del popolo
nuragico.
«E la seconda aquila?»
chiese Gonario, della tribù di Mumutzu, che si estendeva dai primi contrafforti
collinari meridionali sino alle foreste del centro nord ; Gonario aveva dei profondi legami di amicizia con Anù.
«La seconda aquila
distruggerà la nostra civiltà, la nostra storia, la nostra memoria; ma le
nostre regge e i nostri villaggi sopravviveranno alle due aquile.
«Ma tutto questo, quando
avverrà?» esclamò ancora una volta Nadal, al culmine della sua esasperazione.
«Io conto, nella mia
mente, circa 750 equinozi di primavera, dalla fondazione del nostro regno, ai
nostri giorni; li ho tutti registrati qui, nella mia testa, insieme ai capi che
hanno governato: e per ciascuno dei capi, il numero degli equinozi di primavera
a cui ha preso parte; in totale fanno esattamente 753 equinozi; Baba ha suggerito a Gula che ne passeranno
altrettanti, prima che le due aquile sovrastino con le loro possenti ali le nostre terre.»
Nadal, a quella
spiegazione, emise un sospiro che sembrò
di sollievo. E non fu il solo.
«Ma alla luce di questa
predizione, noi cosa decidiamo?» chiese Ruju, in rappresentanza delle tribù nuragiche del nord.
«Questa è una decisione
che spetta a voi, potenti capi delle tribù. Io debbo andare da Gula. È ancora
molto debole e potrebbe avere bisogno di me.»
«Vai pure Anù! Che gli
dei ti siano sempre amici!» gli disse Hannibaàl.
«Che gli dei illuminino
le vostre menti per le giuste decisioni dei nostri popoli. Spero di potervi
salutare alla vostra partenza» rispose Anù avviandosi all’uscita, seguito dagli
sguardi ammirati e solidali di tutti i capi tribù.
I lavori proseguirono
spediti. Il giovane Kalledda si ritrovò solo, ma sempre meno convinto, a
propugnare una guerra che nessuno voleva veramente.
Mannai, il capo della
tribù di Kurkuris, fece un intervento che piacque molto.
«Fratelli!» - esordì «Se
le due aquile, qualunque potere esse rappresentino, distruggeranno insieme
nove città Shardana e la nostra intera
civiltà nuragica, questo significa che, in qualche modo, i destini nostri e dei
Shardana, sono comuni. E allora perché farsi la guerra?»
«Certo se sapessimo quali
sono le città Shardana che si
salveranno, quasi, quasi, converrebbe insediarsi nei loro pressi e cercare di
impossessarsene!» disse Itzocar. Anche questa riflessione piacque molto ai capi
tribù, anche se Hannibaàl obiettò che le loro regge e i loro villaggi, secondo
il vaticinio riferito da Anù, sarebbero state più sicure.
Alla fine, dopo un altro
giorno e mezzo, passato a discutere, fu deciso di continuare con una politica
attendista, fatta di aperture ai commerci e ai
contatti culturali, ma con la guardia sempre alta e attenta. Il vaticinio di
Gula, infatti, si proiettava nel futuro, ma niente diceva dell’oggi e del
domani. E se i Shardana avessero tentato di espandere i loro confini a danno dei
loro villaggi, chi li avrebbe difesi?
Fu deliberato pertanto di
non deporre le armi e di continuare a educare i giovani nel rispetto delle
antiche tradizioni, esercitandoli e
preparandoli alla guerra, come se avessero dovuto subire un’invasione da un momento
all’altro.
Ruju riuscì a convincere
gli altri capi dell’opportunità di mantenere dei contatti con i capi delle
città Shardana, gli Arconti e i Senatori, inviando dei messi in segno di pace,
per avviare un dialogo di amicizia. Fu un importante passo avanti sulla via
della convivenza, anche se la decisione non piacque proprio a tutti.
La proposta comunque
passò a larga maggioranza.
La sera prima della
partenza delle delegazioni, rientrò Arca Salmàn, a dorso di un cavallo della
Giara e con al seguito due cavalli che trasportavano un cervo e un cinghiale
femmina. Fu festeggiato dai suoi amici e da tutti i capi.
Nel piazzale circolare
della reggia, vennero arrostiti numerosi cinghiali e capretti e il vino fu
servito a fiumi. Si festeggiò così la conclusione del raduno, l’equinozio di
primavera e il rientro di Salmàn.
I giovani principi
organizzarono dei balli al suono delle launeddas, delle cetre e dei tamburi.
Itzocar e Hannibaàl
annunciarono il fidanzamento di Aristea, principessa di
Kolossoi con l’erede al trono di Gisserri. Quella fu l’apoteosi della festa. E
mentre i giovani ballavano, i vecchi attorno al fuoco raccontavano le loro
antiche storie, augurandosi che mai esse si sarebbero dovute dimenticare.
Forse qualcuno dei
giovani avrebbe proposto di introdurre la scrittura, come si usava presso i Shardana e altri popoli lontani, per registrare sulla pergamena o sulle
tavolette quei loro racconti. Ma nessuno dei vecchi pensò di interpellare i
giovani. E poi, le loro storie erano così tante, che sarebbe stato impensabile
trascriverle tutte quante. Senza contare che se si fossero un domani smarrite
quelle pergamene, o fossero state rubate quelle tavolette, chi sarebbe stato
capace di ricostruire la storia dei Thirsenoisin, i costruttori delle torri
eterne?