martedì 1 aprile 2025

Delitto al Quadrivio

 


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Capitolo Secondo

Come ogni mattina, anche quel lunedì, il commissario Santiago De Candia, lungo il percorso che da casa sua, in via Monteverdi, lo conduceva alla Questura, fece una breve sosta all’edicola di Largo Gennari.

Checco gli allungò subito i due soliti quotidiani, piegati in quattro: La Stampa e L’Opinione. Come tanti cagliaritani, chiamava il quotidiano cittadino “l’Opignone”; il commissario, nonostante fosse nato  in Sardegna, non aveva ancora  capito se si trattasse di un difetto  di pronuncia oppure di un vezzo.

La seconda sosta, più lunga, era quella al Bar di Tonio, il Caffè Intilimani, come recitava l’insegna, unendo in una sola locuzione il nome composto di un famoso gruppo musicale cileno degli anni ’70 da cui, verosimilmente , il fondatore del locale aveva preso ispirazione.

Seduto al suo solito tavolino, in fondo al locale, mentre provava a sorseggiare  il suo cappuccino bollente e senza schiuma, aveva aperto l’Opinione. A prescindere dal nome, il quotidiano regionale si faceva apprezzare soltanto per la sua cronaca (per le opinioni, quelle vere, lui preferiva la Stampa di Torino, sulla quale si era orientato dopo tanti anni passati a formarsi sulla Repubblica).

 A tutta pagina vi era la notizia dell’omicidio del Quadrivio. Santiago De Candia si immerse nella lettura del lungo articolo, dimenticando per un po’ il suo cappuccino.

La vittima era una violinista rumena, appena in pensione, che aveva suonato nell’orchestra del Teatro dell’Opera di Cagliari. Era giunta in Italia nella seconda metà degli anni settanta  e come altri musicisti rumeni di notevole spessore artistico, era stata inserita nella sezione degli archi dell’importante filarmonica cittadina.

Era conosciuta e  stimata in città anche come  insegnante privata di violino.

Le efficienti unità del Nucleo Radio Mobile di Cagliari, coordinate dal procuratore aggiunto dott. Bartolomeo Gessa, avevano chiuso le indagini a tempo di record, risolvendo brillantemente il caso, assicurando alla giustizia l’assassino.

Si trattava di una vecchia conoscenza della procura, condannato per rapina a mano armata alla fine degli  anni ottanta. La rapida soluzione del caso, oltre che alle grandi abilità investigative del procuratore aggiunto, era merito della prodigiosa memoria fotografica  del maresciallo Camboni  del Nucleo Radio Mobile che, intervenuto sul luogo del delitto, aveva riconosciuto, mentre fingeva di passeggiare in spiaggia col suo cane, una sua vecchia conoscenza, un  pregiudicato da lui assicurato alla giustizia molti anni prima,  quando  era stato condannato per rapina proprio grazie alla testimonianza della vittima. Il  neo omicida era stato smascherato proprio dalla povera violinista, in occasione della rapina che  aveva commesso ai danni del botteghino del Teatro dell’Opera. Ed ora, dopo essere stato scarcerato per buona condotta, dopo un periodo di riabilitazione,  aveva potuto consumare finalmente la sua vendetta.

Tra le righe, anche se non c’era scritto, il commissario lesse la critica dell’articolista alla giustizia riabilitativa, troppo tenera con certi  delinquenti, irrimediabilmente votati a delinquere. E ancora una  volta, a pagare,  era stata  una vittima inerme e incolpevole.   Intanto il suo cappuccino era diventato troppo tiepido per i suoi gusti, quasi freddo.

La bevanda gli lasciò in bocca un sapore sgradevole, e una sensazione di disagio che il commissario provava ogni qualvolta si imbatteva in una storia poco convincente. Più che il cappuccino freddo era il suo istinto di sbirro che gli procurava questo effetto sgradevole.

Con quella sensazione di disagio, dopo aver pagato e salutato il barista, il commissario concluse  il tragitto  verso l’ edificio  che ospitava gli uffici della Questura,  il cui ingresso, nello spiazzo in cui sfociava  quel primo tratto della via Tuveri, si apriva quasi a guardia del retro del Palazzo di Giustizia, dove ogni giorno si consumavano gli strenui tentativi di rimediare,  con strumenti spesso inadeguati, ma con una certa buona volontà e qualche rara perla di saggezza giuridica, alle ingiustizie dell’umanità, cercando  di portare qualche sollievo e un po’ di ristoro anche in quell’angolo di mondo dilaniato da faide fratricide e da vendette oscure.

 

 

 

sabato 29 marzo 2025

Delitto al Quadrivio

 


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Capitolo Primo

L’Avvocato Luisa Levi venne svegliata dallo squillo del suo cellulare proprio mentre sognava suo padre, morto dodici anni prima. Le sembrò d’essersi addormentata da molto, ma in realtà la sua  sveglia, una volta accesa l’abat-jour del suo comodino, segnava appena l’una  e mezza circa. Si ricordò in un lampo che era il suo turno di reperibilità come difensore e rispose al cellulare.

-        «Carabinieri Radio Mobile»- disse una voce maschile dall’indefinito accento centromeridionale.

-        «Qui è l’avvocato  Luisa Levi.»-

-        «Buongiorno avvocato. Sono l’appuntato  Frongia. Al Palazzo mi hanno dato il suo nome per il turno d’ufficio…»

Il cognome denotava una chiara origine sarda, nonostante l’accento, che oscillava tra Roma e Napoli.

    -«Sì, certo. Cos’è successo?»

    -«C’è stato un omicidio, qui al Quadrivio…»

    - «Com’è successo’?»

    - «Non saprei esattamente…però abbiamo preso l’assassino!»

    - «Ah! Quindi in  flagranza di reato?»

    - «Ehm…quasi in flagranza…»

All’avvocato Luisa  Levi tornarono in mente le parole del suo maestro, l’avvocato  Serra Laconi “Il nemico numero uno del penalista è l’approssimazione!”

-        «Chi avete fermato?”

-        «Un certo Gino Garau, un pregiudicato già noto alle forze dell’ordine!»

-        «Il Pubblico Ministero è già lì?»

-        «Non ancora, avvoca’! Ma la Procura è stata già avvisata…»

-        «Qual è il luogo esatto?»

-        «Siamo nella spiaggia del Quadrivio, lato Cagliari…»

Il Quadrivio, sin dagli albori del boom economico,  era stato un rinomato ritrovo sul litorale del Poetto, lungo la spiaggia che collega Cagliari a Quartu S.Elena, senza soluzione di continuità. Alla fine degli anni novanta, morto il fondatore, gli eredi si erano messi a litigare; i veti incrociati tra gli eredi avevano finito coll’impedire all’attività di funzionare; e l’esercizio era rimasto chiuso,  mentre l’enorme fabbricato  che aveva ospitato bar, ristorante e sala biliardo mostrava i segni dell’ abbandono.

L’avvocato Levi si vestì in fretta ma senza trascurare alcuni dettagli. Le notti di maestrale a Cagliari, anche  a settembre, richiedevano necessari accorgimenti: una crema protettiva per il viso; un foulard per proteggere la gola; un giaccone con cappuccio; le calze di nylon e una scarpa a tacco basso avrebbero ovviato alle esigenze di termo protezione, di comodità e di eleganza.

Da casa sua, a quell’ora, lasciando Monte Urpinu per la litoranea,  le bastarono quindici minuti per raggiungere il luogo indicato. Parcheggiò la sua auto davanti all’edifico e seguì il segnale  lampeggiante delle auto dei Carabinieri.

Alla luce di un potente faro montato su un fuoristrada vide  il medico legale che si accingeva all’esame sommario di un corpo che giaceva sulla sabbia umida. Un cono di luce proveniente dall’illuminazione della via adiacente rendeva il compito del funzionario medico più agevole. L’avvocato  Levi si presentò all’appuntato, dopo averlo  identificato dai baffi rossi sulle spalline del giaccone, che anche lui , evidentemente, aveva sentito l’esigenza di indossare. L’appuntato la introdusse al medico legale, che sollevò appena lo sguardo. Riconobbe il professor  Monsalvo, un luminare nel suo campo.

 Poi tutti gli sguardi tornarono sul povero corpo senza vita. Si trattava di una donna, supinamente adagiata sulla spiaggia. Mostrava di aver avuto una sessantina d’anni circa. L’avvocato fu colpita dall’abbigliamento indossato dalla donna: un abito nero alquanto elegante e scarpe nere con  tacco a spillo di almeno dodici centimetri, indossate su calze velate nere. Un abbigliamento decisamente inadatto  per una passeggiata al mare, pensò tra sé la penalista.

Come il  medico sollevò le mani dal povero corpo esanime, l’avvocato poté notare le dita lunghe e ben curate della vittima. Notò anche che il mignolo e l’anulare della mano sinistra avevano pressoché la stessa lunghezza.

-        « Può dirci come è morta?!»

-        «E’ stata strangolata.»- rispose in tono asciutto il medico.

-        «A che ora?»

-        «Non posso affermarlo con esattezza ma direi ben prima dell’ora del suo ritrovamento; il rigor mortis infatti è quasi completo. Potrò essere  più preciso soltanto dopo l’autopsia.»

-        «Il Procuratore dov’è? Ha già fissato la data dell’autopsia?» – disse l’avvocato Levi rivolta all’appuntato e al medico.

-        «Eccolo là! È impegnato con la troupe di SeleneSatTV!»

Seguendo  con lo sguardo l’indicazione del militare l’avvocato Levi  vide il procuratore generale aggiunto dott. Bartolomeo Gessa che si pavoneggiava davanti alle telecamere della principale televisione regionale.

Si era sempre chiesta come facessero certe TV a trovarsi nel posto giusto, al momento giusto. E come facessero certi uomini a farsi trovare eleganti e sbarbati di fresco alle ore più impensate del giorno e della notte.

Lei, a parte i problemi di un trucco adeguato alle quattro  del mattino, aveva ereditato la ritrosia e l’allergia del suo maestro ad apparire in televisione.

Parlare con i mass-media”, le aveva confidato una volta, pronunciando la parola “media” alla latina, “significa dover adottare un linguaggio e un modo di descrivere le cose che contrasta con le esigenze di analisi e di riflessione interiore che sono prerogative di un buon penalista”.

La cosa doveva valere, a maggior ragione, per un efficace esercizio dell’accusa, pensava con convinzione l’avvocato Levi.

    -«Aveva con sé degli effetti personali? La sua borsetta, ad esempio?» – chiese ancora l’avvocato Levi all’appuntato, che osservava con adorazione il magistrato che rispondeva alle domande di una giornalista, illuminato dai riflettori.

    - «Lo chieda al maresciallo Camboni, che comandava l’unità operativa intervenuta. Eccolo là che viene!»

    - «Buongiorno avvocato» – disse il maresciallo Camboni stringendole la mano, dopo le presentazioni di rito.

La borsetta era stata posta sotto sequestro e il sospettato era già in viaggio per il carcere di Uta, per disposizione del procuratore aggiunto Gessa!

Il dottor  Gessa, intanto, finita l’intervista, si stava avvicinando al quartetto.

Salutò con un largo sorriso, stringendo la mano all’avvocato e al medico legale. I due militari erano subito scattati sugli attenti, portando la mano destra alla visiera del loro cappello  in segno di ossequioso saluto.

-        « Quando pensa ci sarà l’interrogatorio di garanzia?» chiese l’avvocato dopo i convenevoli.

-        «In settimana. Il giorno esatto dipenderà dagli impegni del Giudice per le Indagini Preliminari.

Venga a trovarmi a Palazzo, così le faccio notificare anche l’incidente probatorio! Ce la fa per mercoledì  ad eseguire l’autopsia, professore?» – aggiunse  di seguito il magistrato rivolgendosi al medico legale.

-        «Ce la faccio»- rispose Monsalvo, sempre con quel suo tono asciutto.

-        « Allora ci vediamo domani alle nove!»– disse il procuratore aggiunto rivolto ad entrambi.

-        «Alle nove io penso di essere ancora a Uta per conferire con il mio cliente» – interpose l’avvocato.

-        «Ah! Certo!» – fece il dott. Gessa – «Facciamo a mezzogiorno allora?»

-        «A domani a mezzogiorno!» – confermarono sia  il medico, sia l’avvocato.

-        «Buonanotte allora!» – salutò il procuratore generale andando via, seguito dai due sottufficiali di polizia giudiziaria.

Anche l’avvocato Levi e il prof. Monsalvo si salutarono, aggiornandosi all’indomani mattina.

Recuperata la sua auto, l’avvocato si avviò verso casa. Aveva giusto bisogno di riposarsi e raccogliere un po’ le idee. Gli serviva la versione del suo cliente, prima ancora di quella degli inquirenti, che comunque avrebbe appreso dai verbali.

I suoi pensieri si sarebbero schiariti al mattino, come le tenebre che ancora avvolgevano la città silenziosa si sarebbero schiarite al levarsi del sole.

 

martedì 25 marzo 2025

I Thirsenoisin

 

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Capitolo 6

Aristea era rimasta davvero impressionata quando, al mattino, su invito del gran sacerdote Elki, aveva partecipato a una cerimonia propiziatoria al pozzo sacro di Turas, poco distante dalla reggia, nei pressi delle tombe dove riposavano, nel loro sonno eterno, gli antenati del villaggio.  Il rito era officiato per ingraziare agli dei il viaggio che Itzocar e il suo seguito avevano intrapreso il giorno prima per partecipare al raduno settennale delle tribù federate al santuario del villaggio nuragico di Gisserri.  Damasu era partito presto per degli affari e Rumisu era su, nei pascoli, a vigilare sulle innumerevoli greggi che appartenevano alla loro famiglia, le più numerose e profittevoli di tutte; quindi era toccato a lei e a sua madre Irisha partecipare in rappresentanza della famiglia reale.

«Tholoi, Dedaloia, Iaccu, Maimone, Dumuzu, Babai, Attis e Adone!», era stato l’incipit della giaculatoria che il gran sacerdote Elki aveva iniziato a recitare, scendendo i gradini delle scale che conducevano alla base del pozzo sacro, per deporre il contenuto del bacile con il sangue dei capretti offerti in sacrificio agli dei delle acque.

Solo il gran sacerdote poteva scendere quei sacri gradini, aveva sempre sentito dire Aristea. Mentre Elki scendeva, col suo incedere lento e solenne, Aristea aveva visto l’ombra del gran sacerdote, sdoppiarsi e capovolgersi, riflessa sull’acqua e sulla parete di fronte alle scale. Tutti i presenti avevano trattenuto il fiato a quella magica visione. Lei aveva indicato quell’eccezionale fenomeno a sua madre, che le stava a fianco; nella sua giovane ingenuità non aveva capito che tutti gli altri presenti, invece, in qualche modo, se l’aspettavano; forse l’avevano osservato altre volte; o magari ne avevano sentito parlare. Sua madre le fece un cenno impercettibile come per dirle di tacere e di osservare con attenzione. Ma il gesto, in realtà, voleva suggerirle di guardare e imparare.  Aristea poté sentire il rumore del sangue versato nell’acqua, prima che il gran sacerdote si chinasse per sciacquare il bacile, in maniera che niente andasse perduto. Con l’acqua che riportò su, asperse i presenti, cominciando da sua madre e da lei; tutti chinarono il capo per ricevere meglio quella benedizione. Elki continuava a recitare le sue misteriose giaculatorie, con una cantilena che quasi rapiva in estasi l’animo turbato di Aristea.  Fu in quel preciso istante che decise che sarebbe tornata al pozzo, da sola. Aveva qualcosa da chiedere anche lei agli dei dell’acqua, ed era qualcosa che solo lei poteva chiedere. Avvertì quell’esigenza come una sfida. Chi lo aveva stabilito che solo il gran sacerdote potesse interpellare gli dei? Perché gli uomini dovevano sempre imporre la loro volontà escludendo le donne da ogni decisione?

In quel turbamento le parve quasi che fossero gli stessi dei delle acque a suggerirle quei pensieri e a infonderle il coraggio di sfidare le convenzioni sociali di quella società arcaica e patriarcale. Il sole emanava ancora i suoi riverberi di luce quando Aristea, lasciata la reggia, nelle vesti di un’anonima popolana, uscì e si avviò in direzione della fonte, con un recipiente in mano,  come una qualsiasi donna che avesse dimenticato di provvedersi dell’acqua necessaria per la cena.

Solo che invece di svoltare a sinistra, verso la  fonte,  dove tutti riempivano le loro brocche, lei tirò dritta e si diresse con passo deciso verso il declivio che conduceva al pozzo sacro. Gran parte del coraggio che aveva sentito riscaldarle il petto al mattino, era però scomparso. Il cuore le batteva forte, come non lo aveva mai sentito battere. Ebbe l’impulso di tornare indietro, presa dal terrore di commettere qualcosa di irreparabile che potesse nuocere a lei e alla sua famiglia. Ma il suo orgoglio riuscì ad avere la meglio sulla paura. Posò il bacile sui banchi dell’ingresso e prese a scendere i gradini. Ad ogni passo sentiva il suo cuore battere sempre più forte. Non era sicura che sarebbe giunta ai piedi della scalinata in pietra. Stava per risalire, terrorizzata che il cuore le potesse scoppiare in petto, quando udì delle voci. Il suo istinto la rese di colpo più razionale: non poteva farsi trovare lì; chiunque fosse, il gran sacerdote, o uno dei suoi allievi, lei non voleva essere smascherata. Discese in fretta gli ultimi gradini che la separavano dal fondo e si nascose, come poté, in una delle nicchie votive che notò nella luce che la luna rifletteva nell’acqua. L’acqua, in quel tratto iniziale le aveva bagnato i piedi sino alle caviglie, ma quel provvidenziale rifugio, addosso alla parete interna del pozzo, la sottrasse all’acqua e alla vista diretta dei nuovi arrivati.


Si augurò che l’acqua non proiettasse la  sua ombra,  com’era avvenuto al mattino, con l’ombra del gran sacerdote. Si tranquillizzò guardando lei stessa nello specchio d’acqua. Non vi erano ombre alcune, né di lei, né di quelli che stavano sopra di lei. Ma le voci, invece, si erano fatte più distinte. La prima voce che riconobbe fu quella di suo fratello Damasu.

Si fece forza per non uscire ad abbracciarlo e spezzare così quell’angoscia che l’attanagliava. Qualcosa di misterioso  le imponeva però di restare nascosta. Le ritornò  all’improvviso  la stessa sensazione di forza e coraggio che l’aveva sorpresa al  mattino. Suo fratello non era solo. Si udì un’altra voce più scura. Anche essa    aveva qualcosa di vagamente familiare. Ci furono delle presentazioni e poté udire degli altri nomi. Mandis, Norace, Arzan, Birrali, Kerbin, Tharrana. Tutti nomi a lei sconosciuti, mai sentiti; a parte il primo; dove lo aveva udito nominare? Era quello dalla voce scura, che parlava e parlava, mentre gli altri intervenivano a monosillabi; adesso si udivano solo Damasu e l’altro, quello della voce scura. Il loro tono era teso, carico di emozioni; lei le percepiva, anche lì, in fondo al pozzo. A un tratto dovette trattenere un urlo che le salì impetuoso alla gola. Quegli uomini parlavano di uccidere il re! Suo padre Itzocar sarebbe caduto sotto i fendenti del suo pugnale di capo; e per mano di Damasu! Al suo rientro da Gisserri!

Era forse uno scherzo di quel pozzo magico? Gli dei si prendevano gioco di lei perché aveva osato infrangere la legge sacra?

 O la volevano punire per avere osato discendere  i gradini sino a immergersi coi sandali ai piedi nell’acqua? Forse sarebbe impazzita e le acque l’avrebbero inghiottita per sempre; nessuno l’avrebbe mai ritrovata. Almeno non si sarebbe dovuta sposare contro la sua volontà.

Un momento! Adesso parlavano di lei. Altre voci, e risate di complicità, di congratulazioni  e di assenso si udivano e scendevano distinte nel pozzo , per poi perdersi nelle sue cavità. Ma Aristea  le afferrava prima che scivolassero via.

Lei avrebbe dovuto sposare un certo Usala e tutti quegli sconosciuti sarebbero diventati parenti di Damasu. Anche un certo Gairo! E Kolossoi sarebbe stato grande, come al tempo dei giganti di pietra che svettavano ovunque, nel villaggio, custodi del passato e guardiani del presente. Kolossoi sarebbe divenuto anche più grande di allora, alleandosi a  Nora, la città che avrebbe dominato i mari insieme al villaggio di Damasu!

Oh no! C’era da impazzire sul serio. Le venne l’impeto di uscire e mettersi a urlare; che lei non si sarebbe sposata con nessuno; piuttosto voleva morire sull’istante, in quel pozzo sacro, che aveva osato violare, in barba ai divieti delle antiche consuetudini. Restò come paralizzata, in attesa che parlassero ancora.

Ma le voci si erano spente. Lei attese un bel po’ prima di trovare la forza di uscire dal suo nascondiglio in fondo al pozzo.

Le gambe le tremavano e le lacrime le rigavano il volto, senza sosta. Riprese la sua brocca, vuota come quando era arrivata, sperando di non essere riconosciuta. E se quegli uomini malvagi l’avessero vista? Se avesse incontrato suo fratello Damasu? Cosa gli avrebbe detto? Rientrata alla reggia non ci fu verso che prendesse sonno. Troppi fantasmi le ballavano davanti.  Gli spiriti del pozzo la sbeffeggiavano, i morti della vicina tomba dei giganti si erano accorti anch’essi della sua presenza e la odiavano, additandola al grande sacerdote, come una reproba sacrilega. Si alzò dal letto. Doveva confidarsi con qualcuno. Andò in camera da sua mamma. Appena la vide, Irisha, capì che era successo qualcosa di molto grave. Abbracciò la sua bambina con fare protettivo.

«Che c’è figlia mia? Perché piangi? Hai forse sognato s’Orku Malaittu?»

«Vogliono uccidere Itzocar!» riuscì a dire Aristea stringendosi alla madre. Tremava come una foglia.

Nella fioca luce lunare che penetrava dalle feritoie della sua stanza, sua madre si alzò, fece stendere sua figlia nel letto e si diede da fare per accendere il fuoco. Subito dopo cercò in una delle sette nicchie scavate nella parete, che contenevano le erbe medicinali contro i sette mali: in altrettanti vasi c’erano i rimedi contro i mali dell’apparato digestivo, contro il mal di gola, contro il mal di testa, contro l’ansia, l’aritmia e i disturbi cardiaci, contro l’artrite e  il mal di denti, contro i dolori mestruali e contro le ferite di armi da taglio.

Aveva imparato da sua madre le proprietà di ogni erba e l’ordine in cui disporle, il modo di somministrarle e le dosi. Ogni infuso, decotto o cataplasma aveva effetti diversi, a seconda della sua composizione, a seconda che prevalesse un’erba, una pianta, una foglia o un’essenza di  radice.

Mise nell’acqua bollente dei fiori di melissa, camomilla e menta, in modo che la prima, da sola, fosse all’incirca il doppio delle altre due prese insieme. Dopo dieci minuti l’infuso era pronto. Irisha ci soffiò sopra a lungo prima di porgerlo alla figlia, che per tutto il tempo era rimasta con gli occhi sbarrati e ancora umidi di pianto.

«Bevi piano e raccontami il tuo sogno!» la incoraggiò porgendole la ciotola con l’infuso.

Aristea ne bevve un lungo sorso, restituendola alla madre, che pazientemente si era seduta di lato.

«Non è stato un sogno!»

Aristea ci mise un bel po’ a raccontare tutto quanto le era occorso da quando aveva disceso i gradini  del pozzo sacro.  All’inizio Irisha pensò che sua figlia fosse uscita di senno e che le sue erbe, da sole, non sarebbero bastate a riportare la sua ragione dal fondo del pozzo dove doveva  essere precipitata, forse quella stessa mattina. Ma alla fine sua figlia riuscì a convincerla, fornendo tanti di quei dettagli che le fecero capire che quella terribile storia era vera. Conosceva bene sua figlia e sapeva che la ragazza non era affatto una stupida.

 Era anzi una grande osservatrice, anche se di carattere ribelle. D’altronde sua figlia non poteva conoscere Mandis. Non era neppure nata quando Itzocar lo aveva bandito dal villaggio. E oggi capiva che invece avrebbe dovuto ucciderlo, come imponevano le leggi antiche. Un nemico che vive è un nemico che ti odierà per sempre. E una vendetta che arriverà a colpirti, comunque, prima o poi.

Evitò naturalmente di rimproverarla per aver violato le leggi sacre del villaggio. Anzi, se la storia fosse risultata autentica, come in effetti sembrava, quella condotta sacrilega era da ricondurre alla volontà degli dei delle acque, che da sempre proteggevano Itzocar.

Da quando era nato, secondo i racconti che aveva udito dai vecchi; da quando vincitore su Mandis, nel momento in cui l’aveva atterrato nell’ultimo duello per la conquista del trono, la pioggia aveva cominciato a cadere dal cielo.

«Dormiamo, ora, figlia mia» disse Irisha accingendosi a spegnere il fuoco. «Domani ne parlerò con Elki. Ma tu devi promettermi di non parlarne con nessuno. Se c’è una congiura contro il re, potrebbero esserci delle spie, anche nei visi di chi si professa amico. Mandis ha ancora degli amici, qui al villaggio, e la sua famiglia è una grande famiglia: una delle più antiche e numerose di Kolossoi!» Aristea promise a sua madre di non parlare,  ma prima chiese  di essere perdonata per quello che aveva fatto. Non solo per il sacrilegio del pozzo, ma per essersi ribellata alla volontà di suo padre.

Promise, con le lacrime agli occhi, che se suo padre si fosse salvato, essa avrebbe acconsentito alla sua  volontà e avrebbe sposato Arca Salmàn, il figlio del capo tribù di Gisserri. L’antico alleato di suo padre e della sua gente. Sua madre l’ abbracciò con grande trasporto, benedicendola per le sue parole e per i suoi sentimenti.

«Stanotte è meglio che tu dorma accanto a me. Nel posto vuoto di tuo padre!» le disse con dolcezza.

 Aveva il cuore pieno di orgoglio per quella sua figlia. Anche se adesso i suoi pensieri e il suo cuore erano pieni di ansia e di preoccupazione per tutto quello che comunque era accaduto e per tutto quanto stava comunque per accadere. Per una figlia che ritrovava si accorgeva che all’orizzonte si profilava la perdita del suo figlio maggiore.

 E comunque fosse finita quella brutta storia, la sua vita, la sua famiglia, dopo non sarebbe mai più stata la stessa.  Irisha presagiva tutto questo, nel suo cuore; e i suoi presagi raramente si sbagliavano. Ma era anche una donna forte; la regina, moglie e figlia di un re pastore, discendente di donne e uomini che avevano saputo affrontare carestie, lotte, disgrazie, guerre fratricide e assalti esterni. Avrebbero superato anche quella tragedia. Aristea, intanto, dopo tante notti inquiete, sfinita dalle peripezie della sera, ma tranquillizzata dai suoi proponimenti e dalla presenza di sua mamma, per la prima volta, dopo innumerevoli notti di sonno agitato, si era addormentata serenamente.

martedì 11 marzo 2025

I Thirsenoisin

 

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Capitolo 5

 

Fu così che Gula, alla vigilia del grande raduno settennale entrò nella tomba dei giganti, vicino al pozzo sacro, dopo il sacrificio di una capretta agli dei dell’acqua. Al tramonto Anù le somministrò la prima porzione del decotto a base di micorizzas, versando il resto in un tripode di ceramica. Nel complesso era una quantità sufficiente per cinque giorni e, somministrata con il latte di capra, avrebbe dovuto costituire l’unico nutrimento per tutto il periodo di incubazione. Lo stesso Anù si sistemò nei pressi della «cumbissia», la vasca di decantazione che ospitava Gula, all’interno della tomba dei giganti, isolandola anche fisicamente dal resto del mondo.

La prima notte passò senza incidenti. Gula dormiva di un sonno agitato. Lo si intuiva dall’espressione accigliata del suo viso.

Intanto erano arrivate al villaggio di Gisserri tutte le delegazioni delle tribù federate. La prima  ad arrivare fu quella di Kolossoi, guidata da Itzocar; poi fu la volta di Nadal, che guidava la delegazione di Genna ‘e Mari, la potente tribù che si affacciava, per una buona porzione di territorio, lungo le scoscese falesie della costa occidentale;il suo territorio era così vasto che si estendeva sino ai confini della pianura del Campidano; quindi giunse dal nord la delegazione di Gonario che guidava la tribù di Mumutzu, seguito dappresso da Mannai, proveniente da Kurkuris; Kalledda e Garonna arrivarono insieme; guidavano,   rispettivamente,  le delegazioni delle tribù della Nurra e di Solki; infine arrivò Ruju in rappresentanza delle tribù dell’Anglona.

E mentre le delegazioni si sistemavano negli alloggi loro assegnati, all’interno della vasta reggia nuragica, che comprendeva oltre alla torre centrale, altri due ordini di torrioni: un quadrilobato e un eptalobato, all’interno dei quali si estendevano ampi cortili circolari, numerosi corridoi, pozzi sacri e un numero elevato di stanze, la sacerdotessa Gula continuava, sotto la vigilanza attenta di Anù, la sua incubazione divinatoria.

Il secondo giorno Gula ebbe dei sussulti, a più riprese; Anù riuscì a farle bere del latte di capra, allungato con un’altra porzione di micorizzas.  Risprofondò subito nei suoi sogni; o forse, meglio, nel suo viaggio. Il suo viso mostrava una grande intensità di sentimenti e di emozioni. Si agitava e ogni tanto emetteva dei rantoli, attraverso il respiro affannoso. Poi si calmò. La seconda notte passò ancora senza incidenti.

 Al terzo giorno, verso mezzogiorno, mentre i capi delegazioni erano riuniti nella grande sala circolare interna al primo ordine di torrioni, Anù le somministrò la terza porzione, ancora accompagnandola con latte di capra, sempre munto di fresco. Ma durante la notte un urlo lancinante si levò dalla tomba dei giganti. Fu udito nella reggia e per tutto il villaggio. Giovani e vecchi furono attraversati da un brivido di freddo lungo la schiena,  che gli penetrò sin nel midollo spinale.

Nessuno aveva mai udito un urlo simile, prima di allora: era qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, come il grido di mille animali intrappolati nel ventre della terra che gridassero a una voce di venire liberati. Gula era uscita dal suo sogno e dal suo viaggio. Anù la riportò a casa, dopo avere asperso nel pozzo sacro quel che rimaneva del micorizzas. Per un giorno intero Gula riposò, poi volle del cibo e raccontò il suo sogno.

Al mattino Anù chiese di essere ammesso al raduno settennale delle tribù nuragiche. Dopo i primi tre giorni di lavori, era già tempo di conclusioni. I capitribù erano ansiosi di sentire da Anù i messaggi inviati dagli dei dell’oltre tomba.

«Gula ha incontrato Baba, la dea madre. Baba l’ha accompagnata nel viaggio.» disse Anù, appena Hannibaàl gli ebbe concesso la parola.

Un coro di assenso seguì stupefatto a quelle parole. Incontrare la dea madre durante l’incubazione era un segno di grande favore. Anche i capi tribù lo sapevano bene.

Itzocar era considerato  il più autorevole  dei capi e chiese per primo la parola.

«Che cosa le ha mostrato Baba, nobile Anù?» Tutti tacquero in attesa del responso.

«Due grandi e possenti aquile si leveranno dall’est. Questo accadrà quando saranno trascorsi tanti cicli quanti sono quelli che io conto dalla fondazione del regno di Gisserri.» Tutti si sorpresero a domandarsi che significato avesse una tale indicazione temporale. Forse qualcuno ne intuì il senso, ma nessuno osò interrompere. Anù non aveva ancora finito.

«Un’aquila divorerà le tombe di Iolao e dei nove figli di Eracle; l’altra svuoterà la mia testa di tutto il suo contenuto.» Aggiunse Anù in tono asciutto. Sembrava che la cosa non lo turbasse affatto. I presenti, invece, questa volta,  non poterono trattenere un’esclamazione di orrore. Chiunque capiva che si trattava di un segno esplicitamente funesto.

«Tutto questo quando accadrà?» chiese Nadal,  il capo della tribù di Genna ‘e Maris, in tono   preoccupato.

«Aspetta, potente, Nadal. Consentiamo ad Anù di completare il suo racconto», interpose Hannibaàl, che come capo tribù ospitante era titolato a farlo.

«Alla fine del sogno le due  aquile non sono tornate a oriente ma sono scomparse verso occidente, inghiottite dal sole che si tuffava nel grande mare. Poi Gula si è svegliata! Forse avete udito il suo grido!»

«Mi sto chiedendo il senso di questo sogno» disse Garonna, il capo della tribù di Nurra, come se parlasse a se stesso.

«E soprattutto quando accadranno questi eventi!» ripeté Nadal, sempre con lo stesso tono preoccupato.

Anù sembrava assente. Aveva finito il suo resoconto ed era immobile, con tutti gli occhi puntati addosso.

«Puoi spiegare il senso delle visioni avute da Gula, nobile Anù?» gli chiese Hannibaàl.

«Non sono forse le due aquile, i due Arconti della città Shardana di Nora?» propose il bellicoso Kalledda, uno dei capi tribù fautori della guerra senza tregua contro gli Shardana.

«Non so cosa rappresentino le due aquile ma so che una di loro, la prima, distruggerà nove delle città Shardana. I nove tespiadi rappresentano infatti proprio gli Shardana. Solo quattro delle tredici città oggi esistenti si salveranno; non so se Nora sarà tra le fortunate! »

Adesso le emozioni dei capi virarono nuovamente verso il consenso. Quel vaticinio non era per niente negativo, se prevedeva la distruzione di nove delle nemiche acerrime del popolo nuragico.

«E la seconda aquila?» chiese Gonario, della tribù di Mumutzu, che si estendeva dai primi contrafforti collinari meridionali sino alle foreste del centro nord ; Gonario  aveva dei profondi legami di amicizia con Anù.

«La seconda aquila distruggerà la nostra civiltà, la nostra storia, la nostra memoria; ma le nostre regge e i nostri villaggi sopravviveranno alle due aquile.

«Ma tutto questo, quando avverrà?» esclamò ancora una volta Nadal, al culmine della sua esasperazione.

«Io conto, nella mia mente, circa 750 equinozi di primavera, dalla fondazione del nostro regno, ai nostri giorni; li ho tutti registrati qui, nella mia testa, insieme ai capi che hanno governato: e per ciascuno dei capi, il numero degli equinozi di primavera a cui ha preso parte; in totale fanno esattamente 753 equinozi;  Baba ha suggerito a Gula che ne passeranno altrettanti, prima che le due aquile sovrastino con le loro possenti ali  le nostre terre.»

Nadal, a quella spiegazione,  emise un sospiro che sembrò di sollievo. E non fu il solo.

«Ma alla luce di questa predizione, noi cosa decidiamo?» chiese Ruju, in rappresentanza delle tribù  nuragiche del  nord.

 «Questa è una decisione che spetta a voi, potenti capi delle tribù. Io debbo andare da Gula. È ancora molto debole e potrebbe avere bisogno di me.»

«Vai pure Anù! Che gli dei ti siano sempre amici!» gli disse Hannibaàl.

«Che gli dei illuminino le vostre menti per le giuste decisioni dei nostri popoli. Spero di potervi salutare alla vostra partenza» rispose Anù avviandosi all’uscita, seguito dagli sguardi ammirati e solidali di tutti i capi tribù.

I lavori proseguirono spediti. Il giovane Kalledda si ritrovò solo, ma sempre meno convinto, a propugnare una guerra che nessuno voleva veramente.

Mannai, il capo della tribù di Kurkuris, fece un intervento che piacque molto.

«Fratelli!» - esordì «Se le due aquile, qualunque potere esse rappresentino, distruggeranno insieme nove  città Shardana e la nostra intera civiltà nuragica, questo significa che, in qualche modo, i destini nostri e dei Shardana, sono comuni. E allora perché farsi la guerra?»

«Certo se sapessimo quali sono le  città Shardana che si salveranno, quasi, quasi, converrebbe insediarsi nei loro pressi e cercare di impossessarsene!» disse Itzocar. Anche questa riflessione piacque molto ai capi tribù, anche se Hannibaàl obiettò che le loro regge e i loro villaggi, secondo il vaticinio riferito da Anù, sarebbero state più sicure.

Alla fine, dopo un altro giorno e mezzo, passato a discutere, fu deciso di continuare con una politica attendista, fatta di aperture ai commerci e ai contatti culturali, ma con la guardia sempre alta e attenta. Il vaticinio di Gula, infatti, si proiettava nel futuro, ma niente diceva dell’oggi e del domani. E se i Shardana avessero tentato di espandere i loro confini a danno dei loro villaggi, chi li avrebbe difesi?

Fu deliberato pertanto di non deporre le armi e di continuare a educare i giovani nel rispetto delle antiche tradizioni, esercitandoli  e preparandoli alla guerra, come se avessero dovuto subire un’invasione da un momento all’altro.

Ruju riuscì a convincere gli altri capi dell’opportunità di mantenere dei contatti con i capi delle città Shardana, gli Arconti e i Senatori, inviando dei messi in segno di pace, per avviare un dialogo di amicizia. Fu un importante passo avanti sulla via della convivenza, anche se la decisione non piacque proprio a tutti.

La proposta comunque passò a larga maggioranza.

La sera prima della partenza delle delegazioni, rientrò Arca Salmàn, a dorso di un cavallo della Giara e con al seguito due cavalli che trasportavano un cervo e un cinghiale femmina. Fu festeggiato dai suoi amici e da tutti i capi.

Nel piazzale circolare della reggia, vennero arrostiti numerosi cinghiali e capretti e il vino fu servito a fiumi. Si festeggiò così la conclusione del raduno, l’equinozio di primavera e il rientro di Salmàn.

I giovani principi organizzarono dei balli al suono delle launeddas, delle cetre e dei tamburi.

Itzocar e Hannibaàl annunciarono il fidanzamento di Aristea, principessa di Kolossoi con l’erede al trono di Gisserri. Quella fu l’apoteosi della festa. E mentre i giovani ballavano, i vecchi attorno al fuoco raccontavano le loro antiche storie, augurandosi che mai esse si sarebbero dovute dimenticare.

Forse qualcuno dei giovani avrebbe proposto di introdurre la scrittura, come si usava presso  i Shardana e altri popoli lontani,  per registrare sulla pergamena o sulle tavolette quei loro racconti. Ma nessuno dei vecchi pensò di interpellare i giovani. E poi, le loro storie erano così tante, che sarebbe stato impensabile trascriverle tutte quante. Senza contare che se si fossero un domani smarrite quelle pergamene, o fossero state rubate quelle tavolette, chi sarebbe stato capace di ricostruire la storia dei Thirsenoisin, i costruttori delle torri eterne?