martedì 11 marzo 2025

I Thirsenoisin

 

https://www.amazon.it/dp/B09Q2F2T5K

Capitolo 5

 

Fu così che Gula, alla vigilia del grande raduno settennale entrò nella tomba dei giganti, vicino al pozzo sacro, dopo il sacrificio di una capretta agli dei dell’acqua. Al tramonto Anù le somministrò la prima porzione del decotto a base di micorizzas, versando il resto in un tripode di ceramica. Nel complesso era una quantità sufficiente per cinque giorni e, somministrata con il latte di capra, avrebbe dovuto costituire l’unico nutrimento per tutto il periodo di incubazione. Lo stesso Anù si sistemò nei pressi della «cumbissia», la vasca di decantazione che ospitava Gula, all’interno della tomba dei giganti, isolandola anche fisicamente dal resto del mondo.

La prima notte passò senza incidenti. Gula dormiva di un sonno agitato. Lo si intuiva dall’espressione accigliata del suo viso.

Intanto erano arrivate al villaggio di Gisserri tutte le delegazioni delle tribù federate. La prima  ad arrivare fu quella di Kolossoi, guidata da Itzocar; poi fu la volta di Nadal, che guidava la delegazione di Genna ‘e Mari, la potente tribù che si affacciava, per una buona porzione di territorio, lungo le scoscese falesie della costa occidentale;il suo territorio era così vasto che si estendeva sino ai confini della pianura del Campidano; quindi giunse dal nord la delegazione di Gonario che guidava la tribù di Mumutzu, seguito dappresso da Mannai, proveniente da Kurkuris; Kalledda e Garonna arrivarono insieme; guidavano,   rispettivamente,  le delegazioni delle tribù della Nurra e di Solki; infine arrivò Ruju in rappresentanza delle tribù dell’Anglona.

E mentre le delegazioni si sistemavano negli alloggi loro assegnati, all’interno della vasta reggia nuragica, che comprendeva oltre alla torre centrale, altri due ordini di torrioni: un quadrilobato e un eptalobato, all’interno dei quali si estendevano ampi cortili circolari, numerosi corridoi, pozzi sacri e un numero elevato di stanze, la sacerdotessa Gula continuava, sotto la vigilanza attenta di Anù, la sua incubazione divinatoria.

Il secondo giorno Gula ebbe dei sussulti, a più riprese; Anù riuscì a farle bere del latte di capra, allungato con un’altra porzione di micorizzas.  Risprofondò subito nei suoi sogni; o forse, meglio, nel suo viaggio. Il suo viso mostrava una grande intensità di sentimenti e di emozioni. Si agitava e ogni tanto emetteva dei rantoli, attraverso il respiro affannoso. Poi si calmò. La seconda notte passò ancora senza incidenti.

 Al terzo giorno, verso mezzogiorno, mentre i capi delegazioni erano riuniti nella grande sala circolare interna al primo ordine di torrioni, Anù le somministrò la terza porzione, ancora accompagnandola con latte di capra, sempre munto di fresco. Ma durante la notte un urlo lancinante si levò dalla tomba dei giganti. Fu udito nella reggia e per tutto il villaggio. Giovani e vecchi furono attraversati da un brivido di freddo lungo la schiena,  che gli penetrò sin nel midollo spinale.

Nessuno aveva mai udito un urlo simile, prima di allora: era qualcosa di sovrumano, di ultraterreno, come il grido di mille animali intrappolati nel ventre della terra che gridassero a una voce di venire liberati. Gula era uscita dal suo sogno e dal suo viaggio. Anù la riportò a casa, dopo avere asperso nel pozzo sacro quel che rimaneva del micorizzas. Per un giorno intero Gula riposò, poi volle del cibo e raccontò il suo sogno.

Al mattino Anù chiese di essere ammesso al raduno settennale delle tribù nuragiche. Dopo i primi tre giorni di lavori, era già tempo di conclusioni. I capitribù erano ansiosi di sentire da Anù i messaggi inviati dagli dei dell’oltre tomba.

«Gula ha incontrato Baba, la dea madre. Baba l’ha accompagnata nel viaggio.» disse Anù, appena Hannibaàl gli ebbe concesso la parola.

Un coro di assenso seguì stupefatto a quelle parole. Incontrare la dea madre durante l’incubazione era un segno di grande favore. Anche i capi tribù lo sapevano bene.

Itzocar era considerato  il più autorevole  dei capi e chiese per primo la parola.

«Che cosa le ha mostrato Baba, nobile Anù?» Tutti tacquero in attesa del responso.

«Due grandi e possenti aquile si leveranno dall’est. Questo accadrà quando saranno trascorsi tanti cicli quanti sono quelli che io conto dalla fondazione del regno di Gisserri.» Tutti si sorpresero a domandarsi che significato avesse una tale indicazione temporale. Forse qualcuno ne intuì il senso, ma nessuno osò interrompere. Anù non aveva ancora finito.

«Un’aquila divorerà le tombe di Iolao e dei nove figli di Eracle; l’altra svuoterà la mia testa di tutto il suo contenuto.» Aggiunse Anù in tono asciutto. Sembrava che la cosa non lo turbasse affatto. I presenti, invece, questa volta,  non poterono trattenere un’esclamazione di orrore. Chiunque capiva che si trattava di un segno esplicitamente funesto.

«Tutto questo quando accadrà?» chiese Nadal,  il capo della tribù di Genna ‘e Maris, in tono   preoccupato.

«Aspetta, potente, Nadal. Consentiamo ad Anù di completare il suo racconto», interpose Hannibaàl, che come capo tribù ospitante era titolato a farlo.

«Alla fine del sogno le due  aquile non sono tornate a oriente ma sono scomparse verso occidente, inghiottite dal sole che si tuffava nel grande mare. Poi Gula si è svegliata! Forse avete udito il suo grido!»

«Mi sto chiedendo il senso di questo sogno» disse Garonna, il capo della tribù di Nurra, come se parlasse a se stesso.

«E soprattutto quando accadranno questi eventi!» ripeté Nadal, sempre con lo stesso tono preoccupato.

Anù sembrava assente. Aveva finito il suo resoconto ed era immobile, con tutti gli occhi puntati addosso.

«Puoi spiegare il senso delle visioni avute da Gula, nobile Anù?» gli chiese Hannibaàl.

«Non sono forse le due aquile, i due Arconti della città Shardana di Nora?» propose il bellicoso Kalledda, uno dei capi tribù fautori della guerra senza tregua contro gli Shardana.

«Non so cosa rappresentino le due aquile ma so che una di loro, la prima, distruggerà nove delle città Shardana. I nove tespiadi rappresentano infatti proprio gli Shardana. Solo quattro delle tredici città oggi esistenti si salveranno; non so se Nora sarà tra le fortunate! »

Adesso le emozioni dei capi virarono nuovamente verso il consenso. Quel vaticinio non era per niente negativo, se prevedeva la distruzione di nove delle nemiche acerrime del popolo nuragico.

«E la seconda aquila?» chiese Gonario, della tribù di Mumutzu, che si estendeva dai primi contrafforti collinari meridionali sino alle foreste del centro nord ; Gonario  aveva dei profondi legami di amicizia con Anù.

«La seconda aquila distruggerà la nostra civiltà, la nostra storia, la nostra memoria; ma le nostre regge e i nostri villaggi sopravviveranno alle due aquile.

«Ma tutto questo, quando avverrà?» esclamò ancora una volta Nadal, al culmine della sua esasperazione.

«Io conto, nella mia mente, circa 750 equinozi di primavera, dalla fondazione del nostro regno, ai nostri giorni; li ho tutti registrati qui, nella mia testa, insieme ai capi che hanno governato: e per ciascuno dei capi, il numero degli equinozi di primavera a cui ha preso parte; in totale fanno esattamente 753 equinozi;  Baba ha suggerito a Gula che ne passeranno altrettanti, prima che le due aquile sovrastino con le loro possenti ali  le nostre terre.»

Nadal, a quella spiegazione,  emise un sospiro che sembrò di sollievo. E non fu il solo.

«Ma alla luce di questa predizione, noi cosa decidiamo?» chiese Ruju, in rappresentanza delle tribù  nuragiche del  nord.

 «Questa è una decisione che spetta a voi, potenti capi delle tribù. Io debbo andare da Gula. È ancora molto debole e potrebbe avere bisogno di me.»

«Vai pure Anù! Che gli dei ti siano sempre amici!» gli disse Hannibaàl.

«Che gli dei illuminino le vostre menti per le giuste decisioni dei nostri popoli. Spero di potervi salutare alla vostra partenza» rispose Anù avviandosi all’uscita, seguito dagli sguardi ammirati e solidali di tutti i capi tribù.

I lavori proseguirono spediti. Il giovane Kalledda si ritrovò solo, ma sempre meno convinto, a propugnare una guerra che nessuno voleva veramente.

Mannai, il capo della tribù di Kurkuris, fece un intervento che piacque molto.

«Fratelli!» - esordì «Se le due aquile, qualunque potere esse rappresentino, distruggeranno insieme nove  città Shardana e la nostra intera civiltà nuragica, questo significa che, in qualche modo, i destini nostri e dei Shardana, sono comuni. E allora perché farsi la guerra?»

«Certo se sapessimo quali sono le  città Shardana che si salveranno, quasi, quasi, converrebbe insediarsi nei loro pressi e cercare di impossessarsene!» disse Itzocar. Anche questa riflessione piacque molto ai capi tribù, anche se Hannibaàl obiettò che le loro regge e i loro villaggi, secondo il vaticinio riferito da Anù, sarebbero state più sicure.

Alla fine, dopo un altro giorno e mezzo, passato a discutere, fu deciso di continuare con una politica attendista, fatta di aperture ai commerci e ai contatti culturali, ma con la guardia sempre alta e attenta. Il vaticinio di Gula, infatti, si proiettava nel futuro, ma niente diceva dell’oggi e del domani. E se i Shardana avessero tentato di espandere i loro confini a danno dei loro villaggi, chi li avrebbe difesi?

Fu deliberato pertanto di non deporre le armi e di continuare a educare i giovani nel rispetto delle antiche tradizioni, esercitandoli  e preparandoli alla guerra, come se avessero dovuto subire un’invasione da un momento all’altro.

Ruju riuscì a convincere gli altri capi dell’opportunità di mantenere dei contatti con i capi delle città Shardana, gli Arconti e i Senatori, inviando dei messi in segno di pace, per avviare un dialogo di amicizia. Fu un importante passo avanti sulla via della convivenza, anche se la decisione non piacque proprio a tutti.

La proposta comunque passò a larga maggioranza.

La sera prima della partenza delle delegazioni, rientrò Arca Salmàn, a dorso di un cavallo della Giara e con al seguito due cavalli che trasportavano un cervo e un cinghiale femmina. Fu festeggiato dai suoi amici e da tutti i capi.

Nel piazzale circolare della reggia, vennero arrostiti numerosi cinghiali e capretti e il vino fu servito a fiumi. Si festeggiò così la conclusione del raduno, l’equinozio di primavera e il rientro di Salmàn.

I giovani principi organizzarono dei balli al suono delle launeddas, delle cetre e dei tamburi.

Itzocar e Hannibaàl annunciarono il fidanzamento di Aristea, principessa di Kolossoi con l’erede al trono di Gisserri. Quella fu l’apoteosi della festa. E mentre i giovani ballavano, i vecchi attorno al fuoco raccontavano le loro antiche storie, augurandosi che mai esse si sarebbero dovute dimenticare.

Forse qualcuno dei giovani avrebbe proposto di introdurre la scrittura, come si usava presso  i Shardana e altri popoli lontani,  per registrare sulla pergamena o sulle tavolette quei loro racconti. Ma nessuno dei vecchi pensò di interpellare i giovani. E poi, le loro storie erano così tante, che sarebbe stato impensabile trascriverle tutte quante. Senza contare che se si fossero un domani smarrite quelle pergamene, o fossero state rubate quelle tavolette, chi sarebbe stato capace di ricostruire la storia dei Thirsenoisin, i costruttori delle torri eterne?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessun commento:

Posta un commento